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lunedì 5 marzo 2012

Ho sognato la cioccolata per anni


Leggi questo romanzo e ti viene da pensare che c'è stato un errore, questa non è una biografia ma una storia inventata perché Trudi Birger, la protagonista, non può essersela cavata così tante volte.

E invece è una biografia senza ombra di dubbio.
Trudi è davvero rimasta rinchiusa per giorni in una cella frigorifera di una macelleria per sfuggire alla deportazione in Siberia; è riuscita a salvarsi dai pesanti massacri attuati nel ghetto di Kovno; è rimasta chiusa per giorni nei carri ferroviari roventi e privi d'aria, senza niente da mangiare; è riuscita a superare la selezione e a riportare sua madre nella schiera delle non-condannate a morte immediata; ha camminato sul sottile filo della vita nella sua permanenza nel campo di concentramento di Stutthof e, anche quando una gamba infetta sembrava aver segnato il suo destino in modo inesorabile, la buona stella ha continuato a vegliare su di lei.

Insomma questa è la storia reale di una ragazzina di soli 16 anni che è riuscita straordinariamente a sopravvivere alla violenza nazista nonostante un'adolescenza rubata e gli affetti strappati.
Perché Trudi amava la vita più di ogni altra cosa:
"Malgrado le condizioni disumane della vita nel campo di lavoro, malgrado la paura e la degradazione, la sofferenza fisica e la fame, ero ostinatamente attaccata alla vita. Lottavo per tenere alto il morale di mia madre, e non lasciavo mai morire la speranza dentro di me. Anche la rabbia ci dava forza, la rabbia di essere state abbandonate, di essere tagliate fuori dal resto del mondo. Quanto ancora ci sarebbe voluto prima che gli alleati sbaragliassero i nazisti? Eravamo sicure che avrebbero perso la guerra, e ci aggrappavamo alla speranza di poter vedere quel giorno."

Dettagli
"Ho sognato la cioccolata per anni"
di Trudi Birger
Editore: Piemme Pocket
Data di pubblicazione: 1991
Pag. 222
Prezzo: 6,90€

venerdì 3 febbraio 2012

L'inferno di Treblinkla


79 pagine nell'agghiacciante inferno di Treblinka, uno dei tanti campi di concentramenti nazisti. Probabilmente uno dei più mostruosi dove "essere condannati a vivere era molto peggio che essere condannati a morire". Già il nome fa venire i brividi e incute paura. Ma quello che racconta Vasilij Grossman va oltre il concetto di orrore e malvagità.

Qui ebrei, prigionieri politici e zingari vennero deportati con l'inganno, senza alcuna idea della loro triste destinazione.
L'inganno continuava anche al loro arrivo al campo per poi frantumarsi in mille pezzi una volta superato il cancello d'ingresso. Certo non mancavano strani segnali appena scesi alla finta stazione di Treblinka, costruita appositamente dai nazisti per reggere il teatrino: sul piazzale d'arrivo rimanevano a volte giocattoli, pettini e abiti della tradotta precedente; e poi, perché le SS non riuscivano a trattenere dei sorrisetti beffardi?
E tuttavia, queste persone dal destino ormai irrimediabilmente segnato come potevano immaginare fino a che punto si era spinta la malvagità umana?

Senza via di scampo e senza il tempo per realizzare quanto stava accadendo, i prigionieri venivano spinti verso la loro morte: all'interno del campo numero 2 aveva così inizio il processo "per annientare la psiche delle vittime, espressione di una crudeltà priva di logica che annichiliva la coscienza e la volontà."
In poche ore tutti venivano privati dei loro averi, spogliati, rasati a zero, derisi, picchiati, attaccati da pastori tedeschi addestrati a strappare a morsi i genitali, stipati in spazi minuscoli, gasati e buttati in enormi fossi comuni.
Fa gelare il sangue il racconto di come bambini vivi venivano buttati tra le fiamme altissime dei forni o dei ventri delle donne incinte che scoppiavano per l'eccessivo calore.
Fa scuotere la testa increduli sapere della violenza gratuita verso alcuni bambini che, incolonnati verso le camere a gas con genitori, parenti e amici, venivano afferrati da una folle SS e sbattuti con violenza a terra per far spezzare loro la colonna vertebrale.

Nonostante tutti gli orrori raccontati, Grossman riesce comunque a trovare un modo per riscattare la memoria dei milioni di vittime della follia nazista:
Dopo aver tolto a quella gente la casa e la vita, l'hitlerismo avrebbe voluto cancellare anche i loro nomi dalla memoria del mondo. Ma tutte quelle persone, tutti coloro che hanno lasciato questa vita conserveranno in eterno il migliore dei nomi, un nome che la banditaglia dei vari Hitler-Himmler non è riuscita a calpestare: erano uomini. E nei loro epitaffi la storia scriverà: "Qui riposa un essere umano!".
E infine un pensiero su cui è doveroso riflettere:
Che cosa bisogna fare affinché il nazismo, il fascismo, l'hitlerismo non abbiano a risorgere né al di qua né al di là dell'oceano, mai e poi mai, in secula seculorum? L'idea imperialistica dell'eccellenza di una nazione, di una razza o di chissà che cos'altro ha avuto come conseguenza logica la costruzione da parte dei nazisti di Majdanek, Sobibor, Belzec, Auschwitz, Treblinka. Dobbiamo tenere a mente che di questa guerra il razzismo, il nazismo non serberanno soltanto l'amarezza della sconfitta, ma anche il ricordo fascinoso di quanto sia facile uno sterminio di massa.

Dettagli
"L'inferno di Treblinka"
di Vasilij Grossman
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 1944
Pag. 79
Prezzo: 6,00€

giovedì 24 novembre 2011

20 anni senza Freddie Mercury



Poche parole e spazio alla sua voce.
Solo un grande rammarico e tanta tristezza che mi attraversa quando ascolto la tua musica e che, nell'anniversario della tua morte, si fanno sempre più intensi. Oggi, poi, sono addirittura 20 anni che manchi da questa Terra.
Ora però basta con i piagnistei! Meglio ricordati nel tuo splendore, nella tua bellezza, nella tua immensità di regina che non teme confronti, nell'infinito carisma che sprigionavi sul palco.


We still love you!



giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs: 1955-2011


Per me Steve Jobs era un genio.
Certo, un genio che si faceva pagare caro e salato.
Ma tale rimane.
Un genio che ha lasciato il segno nella storia della tecnologia grazie alla sua Apple.
Che fosse malato si sapeva ormai da tempo. E lo si vedeva anche, quando alle presentazioni dei nuovi prodotti della mela morsicata, con l'immancabile outfit maglione nero e jeans sdruciti, appariva sempre più pelle e ossa, divorato all'interno da un male devastante.
Ma, stupidamente, pensavo che la morte per lui fosse ancora lontana, che un uomo come lui non sarebbe mai stato sconfitto dal cancro. Non so perché non ho mai preso in considerazione questa possibilità. In fondo era un essere umano anche lui, come tutti noi.
E invece ieri, mercoledì 5 ottobre 2011, Steve Jobs è morto.
Sulla Rete non si parla d'altro, com'è naturale che sia.

Tra le parole e le azioni che lo hanno reso un mito dell'hi-tech, molto citato è il suo discorso tenuto davanti ai neo-laureati della Standford University.
Anch'io voglio ricordarlo così, più che per i suoi Mac, gli iPod e gli iPhone. Perché le sue parole sono una fonte d'ispirazione per qualsiasi persona. Per me lo sono state, in diversi momenti della mia vita. Ho riascoltato questo discorso molte volte, ricavandone un incoraggiamento a proseguire sulla mia strada.
Oggi lo riguarderò in suo onore, ma anche perché ne ho un grande bisogno in questo periodo di smarrimento e di sfiducia nel futuro. So che ne ricaverò nuova forza.
"Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita."

lunedì 12 settembre 2011

11/09/2001: 10 anni dopo

In occasione del decimo anniversario dall'episodio forse più sconcertante della storia degli USA, ieri sul Web impazzava la domanda: "Dov’eri e cosa stavi facendo durante l’attentato alle Torri Gemelle?".
Mi impressiona notare come tutti ricordino alla perfezione il luogo in cui si trovavano e l’attività in cui erano impegnati, poi sospesa di fronte alle sconcertanti immagini proposte in diretta dalla televisione.

In ritardo, partecipo anch’io al sondaggio.

Dov’ero quel pomeriggio?
Ero seduta al tavolo in cucina e stavo frettolosamente completando i miei compiti delle vacanze di francese.
Il terzo anno al liceo linguistico era ormai alle porte e io, come da copione, non avevo ancora finito gli esercizi di scuola. Mia mamma, in piedi accanto a me, era concentrata nei preparativi della cena; invece, nella stanza accanto, mio fratello stava sdraiato scompostamente sul divano, assorbito dalla sua attività extra-lavorativa preferita: lo zapping alla televisione.

All’improvviso lui ci urla di accendere la televisione perché era successo qualcosa di molto grave a New York.
Eccola lì, la torre nord del World Trade Center che sputava nuvole di fumo grigio-nero da una gigantesca voragine.
Poco dopo, ancora immersa nell’incredulità, vedo schiantarsi un aereo sulla torre sud. La scena si ripete: lingue di fuoco erompono dopo l’urto, pericolosi detriti cadono a terra e del nuovo fumo oscura il cielo di New York.
Ogni speranza di vedere tratti in salvo le vittime dell’incidente (l’opzione attentato era solo una possibilità) si spegne con il crollo di entrambi i grattacieli. Le migliaia di persone rinchiuse in quella trappola di cemento e metallo vanno incontro alla morte impotenti e i loro minuscoli resti si mescolano insieme allo tsunami di polvere che si abbatte sulle strade di Manhattan.
Nel frattempo altri due aerei si schiantano contro il Pentagono e in nei pressi di Shanksville, Pennsylvania.

A distanza di dieci anni, posso dire che l’attentato all’America ha determinato per me la fine dell’età dell’innocenza.
La confortevole teca di cristallo in cui avevo vissuto fino a quel momento si è infranta in mille pezzi, lasciando il posto a una nuova, amara consapevolezza: l’essere umano può essere malvagio, è in grado di uccidere e di uccidersi per futili motivi e può persino organizzarsi meticolosamente per realizzare folli progetti di sterminio. Nessuno può più sentirsi davvero al sicuro e fidarsi ciecamente del prossimo può rivelarsi pericoloso.

Ma oltre al racconto dei miei ricordi, voglio segnalarvi l’associazione no-profit StoryCorps, autrice di un’ottima iniziativa legata all’11 settembre.
StoryCorps, an independent non-profit based in Brooklyn, New York, is creating “One story for every life lost on September 11th.” Their motto is that “every voice matters” and this specific project was created in order to honor the “lost voices” of 9/11. Using interviews conducted with family members and friends of the people who were killed in the attacks, StoryCorps has created a series of animated shorts that brings those individual stories to life.
StoryCorps ha lavorato per omaggiare alcune di quelle persone attraverso dei cortometraggi animati in modo che le loro identità non si perdessero nell’anonimia dei grandi numeri e il loro ricordo non sfumasse con il trascorrere del tempo.
Per realizzare il progetto – il cui obiettivo è di registrare un’intervista per ogni vita spezzatasi quel giorno - l’associazione ha lavorato fianco a fianco con i familiari delle vittime:
  • in She Was the One, Richie Pecorella ricorda l’amore della sua vita Karen Juday, assistente amministrativo della Cantor Fitzgerald al 101° piano della torre nord
  • anche Michael Trinidad lavorava per la Cantor Fitzgerald: la sua storia è narrata dall’ex moglie Monique Ferrer in Always a Family
  • John Vigiano Sr., vigile del fuoco in pensione, ha perso entrambi i figli: Jonh Jr., anch’egli pompiere, e Joe, detective di polizia. Li ricorda in John and Joe

mercoledì 24 novembre 2010

Freddie Mercury: 1991-2010


Un pensiero oggi va, come sempre da diversi anni a questa parte, a Freddie Mercury, morto 19 anni fa a causa dell'AIDS.
Un pensiero alla migliore voce di sempre, al miglior artista di sempre, al miglior performer di concerti.
Ricordando con nostalgia i bei tempi musicali andati, visto che - riprendendo una frase di un fan dei Queen su Facebook -, al giorno d'oggi, c'è più talento in un baffo di Freddie che in tutto il panorama musicale contemporaneo.


Today, as always, my thoughts go to Freddie Mercury who died of AIDS 19 years ago.
A thought to the best voice, to the most talented artist, to the best concert performer of all times.
Feeling nostalgic about the music splendours of the past, because there's nobody who can be compared to Freddie nowadays.

sabato 20 febbraio 2010

Io, piccola ospite del Führer

nella foto sulla copertina, Hitler e la piccola Helga Goebbels, uccisa con i suoi fratelli Hilde, Helmut, Holde, Hedda e Heine (tutti i nomi iniziavano con la H in onore al führer) dalla madra Magda con del cianuro, perché - come sostenuto dalla signora Goebbels in persona - erano stati concepiti in funzione del Terzo Reich e che quindi non avevano ragione di esistere senza di esso.

Con l'inizio del secondo semestre accademico, ho iniziato a seguire un corso molto interessante e coinvolgente: Sociologia della comunicazione. Il professore riesce a organizzare delle lezioni piacevoli, offrendoci degli elementi di riflessione stimolanti, richiedendo costantemente la nostra partercipazione e di svolgere del lavoro a casa ogni settimana (ricalcando l'impostazione delle lezioni accademiche nelle università statunitensi). Il tema del corso è quello delle implicazioni etico-morali dell'azione organizzativa, del legame tra mezzi e fini e delle conseguenze dell'agire burocratico, analizzato esaminando il caso empirico del nazismo tedesco.

Tra i compiti ricevuti per la prossima settimana, c'è quello di approfondire la figura di Adolf Hitler, partendo dalla sua infanzia fino ad arrivare al suo suicidio nel bunker sotto la Cancelleria del Reich.
Sono quindi andata in biblioteca alla ricerca di materiale utile per svolgere il compito assegnatoci dove ho scoperto la scrittrice polacca Helga Schneider, autrice di numerosi libri sulla sua esperienza nella Germazia nazista.
Ho letto Io, piccola ospite del Führer, ambientato nella Berlino massacrata dai bombardamenti e tormentata dalla fame del 1945, dove non c'è più corrente elettrica e acqua, e l'aria dall'odore nauseabondo è irrespirabile a causa dei continui incendi che imperversano nei quartieri.
"E si deve inoltre fare a meno di una cosa che sembra non degna di menzione, ma che è altrettanto indispensabile: la carta igienica. [...] Una sera un vecchio si è messo a piangere vedendo un libro di Rilke usato a tale scopo. si è rincantucciato in un angolo e tra i singhiozzi ha detto che, per colpa di Hitler, il popolo tedesco ha toccato il fondo dell'inciviltà e della miseria umana."
(pag. 6)
Qui abita Helga con il suo fratellino Peter, il nonno e l'insopportabile matrigna Ursula.
I due bambini vengono scelti insieme ad altri piccoli privilegiati per una "gita" nel bunker del Führer. Non si tratta di un gesto caritatevole nei confronti della parte più debole del popolo tedesco, ma solo l'ennesima disperata strategia propagandistica del ministro Joseph Goebbels.
Scortati dall'imponente e imperiosa Marianne, il gruppo di visitatori percorre a bordo di un malandato autobus le strade dissestate dell'ormai irriconoscibile capitale tedesca, dove, ad ogni angolo, sono accumulati mucchi di cadaveri e di macerie.
Arrivati a destinazione, Helga scopre un ambiente disgustoso e sinistro dove vige ancora un'atmosfera di autoritarismo scriteriato:
"... un angusto dedalo di morte nel quale, malgrado la fine e la sconfitta fossero palesi e vicini, vigeva ancora una disciplina ottusa e pedante. [...] era stato previsto un sistema d'illuminazione essenziale, disadorno, che diffondeva nell'ambiente una luce fosca e spettrale."
(pag. 31)
L'unico aspetto positivo di questa visita è il cibo che viene dato in mensa ai piccoli ospiti: pane, salsicce, marmellata, latte zuccherato, frutta... Cibo vero, salutare e nutriente che riesce a placare l'avida fame di questi bambini che non hanno memoria di un pasto vero, degno di questo nome.
Per il resto, il soggiorno nell'ultima dimora del Führer si rivela un'esperienza inquientante per Helga, che mai più potrà cancellare dalla sua memoria le ore trascorse in quell'ambiente opprimente e cupo.
E nemmeno potrà dimenticare come il vero Hitler fosse una persona totalmente diversa da quella autoritaria, forte e caparbia presentata nelle fotografie appese alle pareti delle case tedesche o che la radio ostinatamente cercò di comunicare alla nazione tedesca fino agli sgoccioli della dittatura.
Come scrive la Schneider nella prefazione:
"era un uomo malato, che soffriva d'insonnia cronica, frequenti attacchi di cefalea, disturbi gastrointestinali e, negli ultimi tempi, anche di capogiri, spasmi alle gambe e alterazioni d'equilibrio che spesso lo costringevano persino a reggersi ai muri. Manifestava inoltre un forte tremore alla mano sinistra e al capo."
Un dittatore svigorito e fiacco che rispecchiava perfettamente una società come quella tedesca malata e disgregrata, formata da individui dal cervello vuoto e amorfo a cui era sempre stato richiesto di non pensare né chiedere, ma solo sapere. Persone indottrinate a tal punto da sacrificare se stesse e la propria famiglia per l'amore per il Führer e lo Stato.
Come la stessa madre di Helga, che abbandonò i due figli per abbracciare completamente la causa nazista:
"più nazionalsocialista che moglie; più nazionalsocialista che madre; più nazionalsocialista che angelo del focolare."
(pag. 91)

Stelline: 5

Dettagli:
"Io, piccola ospite del Führer"
di Helga Schneider
Editore: Einaudi
Anno: 2006
Pag. 131
Prezzo: 10,80€

martedì 24 novembre 2009

24.11.1991 - 24.11.2009 - In memoria di Freddie Mercury

Oggi la giornata è dedicata interamente al ricordo di questo grandissimo uomo, scomparso ormai da 18 anni.

Il miglior cantante di tutti i tempi (secondo il mio punto di vista, ma credo che molti concordino con me su questo punto) con un'estensione vocale davvero invidiabile; un frontman senza eguali; un animale da palco senza freni e una presenza scenica unica; un uomo che amava il divertimento e amava far divertire; ma, allo stesso tempo, timido, riservato e geloso della sua vita privata.

Ho scoperto veramente Freddie Mercury e i Queen all'inizio delle superiori e, da allora, è nato un amore sconfinato che non ha mai perso colpi. E so con certezza che questa passione non avrà mai fine.
Non so spiegare bene quello che provo quando ascolto la stupenda voce di Freddie e quello che provo nei suoi confronti: sento di essergli attaccata in modo quasi viscerale e ciò è veramente strano visto che non l'ho mai conosciuto né ho avuto la possibilità di vederlo in azione sul palco (quando è morto avevo appena 6 anni). Eppure lo sento veramente vicino a me. Riesce a toccare le mie corde emozionali come nessun'altro cantante o gruppo. Lo sento dentro di me, nel mio cuore, nella mia mente. Non saprei spiegarlo diversamente. E' qualcosa di così personale e profondo che le parole non bastano.
So solo che lo adoro, lo amo dal profondo del cuore e che ancora piango per lui, al suo ricordo. La tristezza che provo per il fatto che se ne sia andato per sempre mi fa sempre salire le lacrime agli occhi. Ecco se c'è una cosa che ti si potrebbe rimproverare è il fatto di aver lasciato questo mondo troppo presto.

Ma non voglio scadere in particolari tristi, perché credo che a Freddie non sarebbe piaciuto essere ricordato in questo modo: un lover of life and singer of songs (come amava definirsi lui) del suo calibro deve essere celebrato e ricordato nel modo appropriato e che più gli è consono. Ovvero con tanti sorrisi, divertendosi nel vedere i suoi video, godendo della sua voce e della sua musica, vivendo a pieno la nostra vita senza sprecarne un secondo.

La scelta è vasta, ma tra le tante bellissime canzoni di Freddie & soci ho scelto quella che - secondo me - rispecchia di più l'anima di Freddie e il suo grande amore per la vita.
Si tratta di Living on my own, canzone composta da Mercury per il suo album di debutto come solista, Mr. Bad Guy, del 1985. Il video fu girato durante la festa per il trentanovesimo compleanno di Freddie Mercury nel locale Henderson's Club di Monaco che venne arredato per l'occasione secondo il personale stile del cantante. La festa di compleanno fu in maschera con tema il bianco e il nero e vi parteciparono numerosi amici del cantante. Come si può vedere è una straordinaria baraonda di divertimento, balli, fiumi di champagne, scherzi e risate (come avrei voluto parteciparvi!).
Ecco come mi piace ricordare Freddie.



Ed infine eccovi alcune belle foto del mio adoratissimo Freddie Mercury che, oltre ad essere un superbo cantante, era pure un uomo affascinante e incredibilmente sexy.

I still love you!

On air - Radio Ga Ga (Queen)

domenica 9 agosto 2009

Nagasaki, 64 anni dopo


Noi, in quanto essere umani, abbiamo 2 strade di fronte a noi ora: mentre una strada ci può condurre ad un mondo senza armi nucleari, l'altra ci porterà verso l'annientamento, la distruzione, la sofferenza come hanno già sperimentato gli abitanti di Hiroshima and Nagasaki, 64 anni fa.

Tomihisa Taue, sindaco di Nagasaki
Per ricordare quella tragica giornata, andate su questo sito.

giovedì 6 agosto 2009

Hiroshima, 64 anni dopo


Oggi è il 6 agosto.
Un'altra calda giornata estiva, ma oggi è anche il 64° anniversario del bombardamento atomico di Hiroshima, in Giappone da parte degli Stati Uniti, alla fine della II Guerra Mondiale.
Scelta come obiettivo per ragioni militari e per il suo terreno piatto (quindi facile da valutare in seguito) Hiroshima era abitata da circa 250.000 persone al momento del bombardamento.

Il bombardiere statunitense B-29 "Enola Gay" era decollato dall'isola di Tinian (una delle tre isole che formano il Commonwealth delle Isole Marianne Settentrionali) la mattina del 6 agosto, trasportando una sola bomba d'uranio dal peso di 4000 kg, con nome in codice "Little Boy".
Alle ore 8:15 del mattino (ora americano; ore 22:15 ora giapponese), Little Boy è stata lanciata a 9.400 metri al di sopra della città e dopo 57 secondi di caduta ha raggiunto il suolo. La detonazione ha liberato un'incredibile energia esplosiva che ha bruciato tutta la città ed ogni essere vivente è stato investito da radiazioni mortali.
Si stima che circa 70.000 persone siano rimaste uccise immediatamente, mentre altre 70.000 persone, sopravvissute allo scoppio della bomba, sono morte in seguito a causa delle lesioni riportate e dell'esposizione alle radiazioni dal 1950.

Oggi la città ospita l'Hiroshima Peace Memorial Museum, che si trova vicino al luogo dell'impatto della bomba, costruito nella speranza di porre fine all'esistenza di tutte le armi nucleari.

Potete trovare una straordinaria galleria di immagini in questo sito.
Eccone alcune...




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