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domenica 19 agosto 2012

La Stazione Centrale di Milano


"Ma la Centrale rimarrà sempre là, nella sua mutevole immutevolezza a osservare gli arrivi e le partenze e molto altro ancora".

Più che da leggere, questo libro è da guardare.
Anche perché i testi di Massimiliano Finazzer Flory sono intricati, pieni di rocambolesche frasi e infarciti di parole pompose (e inutili) che spingono a chiedersi: "Ma dove vuole arrivare?!"

Molto più interessante la parte sulla storia della meravigliosa Stazione Centrale di Milano.
Nata dal progetto 'In motu vita' dell'architetto Ulisse Stacchini, la costruzione dell'imponente edificio cominciò nel 1925 e terminò nel 1931 con la sua inaugurazione.
Tutto per l'esilarante cifra (per gli standard odierni) di ventimila lire!

C'è da dire che, all'inizio, non venne accolta con favore, al punto da essere definita la tomba del viaggiatore ignoto perché <<invece di richiamarsi alla modernità, al movimento, all'energia e alla dinamicità dei trasporti, la stazione sembrava, ai critici dell'epoca, ancorata a un passato incapace di rapportarsi alle nuove tendenze in campo architettonico.>>

Non biasimiamoli: bisogna sempre lasciare del tempo per abituarsi alle novità che vengono a scuotere la nostra quotidianità e le nostre abitudini.
Ad esempio io avrò bisogno di molto, molto tempo per abituarmi a questo grattacielo dotato di pungiglione dal nome esotico!

Oggi abbiamo una maggiore consapevolezza della bellezza della Stazione di Milano Centrale che non merita di essere solamente il luogo di passaggio di milioni di frettolosi viaggiatori. La prossima volta che ci passerete, ricordatevi di andare oltre al tabellone delle partenze e degli arrivi!
Osservate i due colossali cavalli alati dell'avancorpo della facciata principale che rappresentano il Progresso guidato dalla Volontà e dall'Intelligenza; cercate i medaglioni della galleria delle carrozze e gli affreschi con i panorami delle città italiane; rimirate i mosaici che portano le scritte Commercio, Scienza, Lavoro, Rapidità.
Per quanto mi riguarda, cercherò la prossima volta di guardarla diversamente e ripensando al passato, quando grazie al mio papà ferroviere proprio a Milano Centrale ho potuto vivere una parte della stazione nascosta ai più :)

E se volete farvi un'idea prima di andarci, allora cercate questo libro con le foto di Vincenzo Aragozzini e Giulio Galimberti. Immagini della parte di arrivo dei treni, delle 5 tettoie in ferro che coprono i binari, del contrasto con la monumentalità della costruzione verso piazza Andrea Doria...

Ultima nota: questo libro è stato pubblicato in occasione dell'opera di ammodernamento e di restauro della stazione.
Molti uomini si sono impegnati per riportare a nuovo splendore questa straordinaria opera d'arte urbana: i marmi, gli stucchi, i mosaici sui pavimenti, i dipinti e i lampadari di bronzo disegnati dallo stesso Stacchini sono stati puliti accuratamente; le grandiose volte rinforzate con fibra di carbonio e resine speciali; la Sala Reale accanto al binario 21, i magnifici saloni, le scalinate, le mille decorazioni segrete di questi ambienti sono stati spolverati con minuziosità.
Tuttavia detesto il cambiamento all'entrata della stazione: ora i viaggiatori, per accedere ai binari, sono costretti a passare tra gallerie piene di negozi e bar. Come quando si va in autogrill dove, per prendere un caffè, sei costretto a passare tra gli scaffali pieni di schifezze e di inutilità di vario tipo solo per indurti a comprare!

domenica 8 luglio 2012

Project Ten Books

(manca il libro di Babauta perché è un e-book; e poi, sì, mi trovate anche su Instagram come eleonora_f)

Manca il tempo.
Manca il tempo di leggere quanto e cosa vorrei, di sedermi davanti al portatile e di pensare con calma a una recensione, di fotografare, di seguire i progressi dell'arredamento della casa (ebbene sì, dopo 8 anni insieme c'è una convivenza in arrivo), di studiare fotografia come dovrei, di vedere le mie serie TV preferite, di vedere qualche film, di uscire con gli amici senza sentirmi uno straccio, di realizzare che "Wow, finalmente il weekend!", di godermi l'estate.

Ecco spiegato il silenzio che domina da oltre un mese su questo blog; e che non riesco nemmeno a spezzare con la recensione di un libro, nonostante sia riuscita a portare a termine la lettura alcuni libri in queste ultime settimane (Felicità di Will Ferguson e I newyorkesi di Cathleen Schine)!
No, oggi riesco solo a scrivere del "Project Ten Books" dopo averne letto sul blog La libreria di Nicky.

Ricordate il mio proposito del 2012 di non comprare libri per un anno?
Arrivata a metà 2012 posso dire di essere riuscita (abbastanza) a mantenerlo e di essere ricascata nella trappola del bookshopping compulsivo in rare occasioni, grazie soprattutto alle frequenti visite in libreria, a scambi proficui con altri Anobiiani e a colleghi che, in vista dell'imminente trasloco da San Babila a Maciachini, hanno regalato i loro libri.
Per continuare su questa strada e - anzi! - fare anche meglio ho deciso di partecipare al Project Ten Books lanciato sul gruppo Facebook Youtoubers che parlano di libri.
In cosa consiste? Nel non acquistare libri finché non se ne saranno letti dieci già in nostro possesso.

Ecco la lista dei miei 10:
  1. La lettera d'amore di Cathleen Schine
  2. La ragazza interrotta di Susanna Kaysen
  3. Basta il giusto di Andrea Segré
  4. Se ti abbraccio non avere paura di Fulvio Ervas
  5. Zen Habits Handbook for Life di Leo Babauta
  6. Uomini che odiano le donne di Stieg Larsson
  7. Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll
  8. Italiani con valigia di Beppe Severgnini
  9. Fidanzata in coma di Douglas Coupland
  10. Pane e tempesta di Stefano Benni
Ce la farò a rispettare l'impegno preso?
Per saperlo... stay tuned!

lunedì 28 maggio 2012

I love mini shopping... ma anche no


Ne sono consapevole: manco da tantissimo tempo dal blog e a momenti il mese di maggio se ne andava senza nemmeno un segno di vita.
Ma la vita è così piena in queste settimane che non mi lascia il tempo di fare molto altro rispetto alla solita routine di colazione, viaggio a Milano, lavoro, ritorno a casa e nanna.
Oggi ho recuperato un po' di forze e riesco a scrivervi due parole su un libro terminato oggi pomeriggio, distesa al caldo sole di fine maggio nel tentativo di sviluppare un colorito diverso dal bianco vampiresco.

Sapete quando venite presi da quella frenesia incontenibile di finire un libro... quando smaniate per finire l'esperienza legata a un romanzo... quando non vedete l'ora di arrivare all'ultima pagina e di poter finalmente dire a gran voce: "Finalmente ce l'ho fatta a finire 'sto libro di merda!".

Ecco, io ho provato tutto ciò con I love mini shopping.

Becky è ormai bollata come il personaggio più insopportabile della storia della letteratura mondiale di ogni tempo.
All'inizio ti viene da pensare (o almeno sperare) che con la maternità sia cresciuta; non dico guarita completamente dalla sindrome delle mani bucate, ma che almeno abbia imparato a gestire meglio i viaggi di sola andata delle sue carte di credito.
E invece no! È addirittura più scema di prima! Becky non si evolve mai e non riesce più nemmeno a strapparti un sorriso visto che ricade sempre nei soliti schemi visti nel primo I love shopping e rivisti poi nei libri successivi della saga (I love shopping a NY; I love shopping in bianco; I love shopping con mia sorella).
Anche gli altri personaggi sono sempre uguali da 5 libri a questa parte: Luke pensa sempre al lavoro e non si stacca mai dal suo fastidioso Blackberry e riesce a pensare a qualcosa di diverso dalla Brandon Communications solo per qualche nanosecondo; la madre di Becky è rimasta una scema e il padre un tontolone senza speranza; Janice è ancora la vicina ficcanaso.

Credo che la Kinsella abbia esaurito le cartucce per questa saga e farebbe meglio a porre il sigillo The End a questa serie.
Purtroppo le ultime pagine fanno intendere che la scelleratezza di Becky Bloomwood continuerà a infastidirci, spostandosi sui lidi della West Coast americana.

Voi potreste giustamente dirmi: "Ma chi te l'ha fatto fare di leggerlo tutto se ti faceva così schifo? Bastava appellarsi al terzo diritto di Pennac, il diritto di non finire il libro!".
Voi avete anche ragione, ma ormai è diventata una questione di principio (e di capa tosta).

Stelline: 1

Dettagli
"I love mini shopping"
di Sophie Kinsella
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: 2010
Pg. 377
Prezzo: 19,50€

giovedì 29 marzo 2012

La vita ridotta all'osso


La vita ridotta all’osso ricorda molto Un anno a impatto zero di Colin Beavan. 

Protagonisti due uomini con un’età compresa tra i 35-40 anni, sposati e con una figlia piccola a carico, residenti in grandi città del mondo occidentalizzato (Londra per Hickman e NY per Beavan). A un certo punto entrambi, punzecchiati dal senso di colpa, vengono colti da una specie di crisi di mezza età: “Quanto incidono le mie scelte di vita e di consumo sull’ambiente? Cosa posso fare concretamente per vivere in maniera ecosostenibile? Che posso fare per sottrarmi al consumismo sfrenato che ormai monopolizza le vite del mondo occidentale?”.
«L'ironia del nostro stile di vita occidentale, naturalmente, non consiste nella beata ignoranza dell'impatto negativo che ha su di noi, sui nostri vicini e sull'ambiente, ma nel fatto che scegliamo di andare avanti nonostante tutto, accecati da una comoda nebbia di inerzia e apatia.» (pg. 6)
Inizia così un progetto lungo un anno in cui le loro abitudini vengono scandagliate, sezionate e soppesate e sostituite con pratiche dall’impatto ridotto.
Vengono coinvolte nel progetto anche le mogli: sia Jane che Michelle sono descritte come delle malate di shopping, riluttanti a rinunciare alle comodità della vita moderna e sempre pronte a storcere il naso di fronte a qualsiasi idea dei loro compagni.
Insomma il ritratto della controparte femminile non è molto lusinghiero, eppure la mia esperienza su questa tematica dica esattamente il contrario: le donne che hanno deciso di dare una svolta green alle loro esistenza sono molto più numerose delle donne rispetto agli uomini (come GreenKika, Paola Maugeri, Kia...).

Mentre Beavan cerca di costruirsi un percorso da solo, affidandosi una tantum a personaggi competenti, Hickman si affida a un manipolo di consulenti che entrano nella sua villa a schiera vittoriana, valutano ogni angolo delle stanze, eseguono un’analisi del ciclo di vita di tutto ciò che si trova in casa ed emettono rigorose sentenze. Nulla sfugge al loro radar anti-eticità: elettrodomestici, scelte d’acquisto, alimentazione, vestiti, cosmetici, vacanze, consumi d’energia e d’acqua, banca d’appoggio, attività per la comunità.

Hickman può contare anche sull’appoggio dei lettori del Guardian, quotidiano inglese per cui lavora, che condividono con il giornalista le loro storie di cambiamento, ma anche le difficoltà incontrate nel tentativo di crearsi un’esistenza più etica.
Quest’ultimo punto è di grande conforto a Hickman che nel libro confessa quanto l’asperità del percorso intrapreso l’abbia più volte portato al limite, a un passo dalWhat the fuck! Who cares!”.
“È che ci sono troppe cose da ricordare: i chilometri, gli imballaggi inutili, la stagionalità, il benessere degli animali, il vegetarianismo, i residui di pesticidi, le buste di plastica sprecate, gli OGM, le multinazionali da evitare.” (pg. 42)
E poi le preoccupazioni per il lombricaio; l’omicidio di un ratto (forse) attratto dalla compostiera; le lotte con i pannolini lavabili (peccato non abbiano affrontato l’argomento assorbenti lavabili e mooncup, ma immagino che la schizzinosa Jane sarebbe rimasta pietrificata di fronte a questa opzione); il senso di colpa per le tonnellate di Co2 emesse con un viaggio in aereo; le difficoltà per una famiglia con bambini piccoli nell’usare i mezzi di trasporto pubblico e l’alto livello di sopportazione necessario per non mandare a quel paese i passeggeri sbuffanti; sentirsi dare dello spacciatore dal farmacista per aver richiesto una grande quantità di bicarbonato di sodio; la crisi di coscienza di fronte a una costata...

Forse Hickman è meno estremista del collega Beavan: non è disposto a rinunciare a tutto per vivere in maniera perfettamente etica e sostenibile (soprattutto quando questo significa mettere in pericolo la vita della figlia) e non può sempre permettersi di spendere mucchi di pounds per mettere in pratica tutti i consigli del suo team di esperti. Tutte le sue paranoie, i suoi dubbi e la sua paura di finire ammazzato dalla moglie (LOL) lo rendono umano e simpatico.

Ma non prendete questa frase come uno sventolio di bandiera bianca. Nossignore!
La sua lezione finale è che “ognuno di noi deve trovare il proprio percorso. Detto così sembra ovvio, ma è il modo di affrontare la vita facendo del proprio meglio. Non c’è un modo migliore o peggiore di arrivarci, purché partiamo tutti insieme.”

Quindi non nascondiamo più dietro scuse false e vuote. Non lasciamo che le buone intenzioni rimangono solo aria fritta! Certo, nessuno dice che agire e cambiare le proprie comode e regolari abitudini sia semplice. Ma abbiamo un solo pianeta ed è messo pure maluccio.
Iniziamo con una semplice azione come dire “No grazie” alla commessa che vuole mettere il nostro piccolo acquisto in un inutile sacchetto di plastica oppure riutilizzare la stessa bottiglia di plastica più volte; vedrete che poi la vostra empatia nei confronti del mondo comincerà a crescere e il resto verrà da sé.
“Credo nel principio di pensare globalmente e agire localmente e non mi aspetto che il mondo cambi dalla notte al giorno. Gli arrabbiati che puntano il dito contro gli altri mi irritano. Non credo nei cambiamenti sociali costosi, difficili o che dipendano dal fatto che gli altri cambino le loro abitudini per adattarsi a te. Preferisco dare l’esempio piuttosto che assillare, anche se significa a volte farsi ridere dietro o sopportare lo scherno del parentame ignorante. Cambiare la mia vita è stato liberatorio e mi ha arricchito. Sono fiera delle mie scelte e delle mie azioni. Sento di avere un significato.” (lettera di Christina Reitano, pg. 114)

Dettagli
"La vita ridotta all'osso"
di Leo Hickman
Editore: Ponte alle grazie
Data di pubblicazione: 2007
Pag. 268
Prezzo: 16,00€

lunedì 5 marzo 2012

Ho sognato la cioccolata per anni


Leggi questo romanzo e ti viene da pensare che c'è stato un errore, questa non è una biografia ma una storia inventata perché Trudi Birger, la protagonista, non può essersela cavata così tante volte.

E invece è una biografia senza ombra di dubbio.
Trudi è davvero rimasta rinchiusa per giorni in una cella frigorifera di una macelleria per sfuggire alla deportazione in Siberia; è riuscita a salvarsi dai pesanti massacri attuati nel ghetto di Kovno; è rimasta chiusa per giorni nei carri ferroviari roventi e privi d'aria, senza niente da mangiare; è riuscita a superare la selezione e a riportare sua madre nella schiera delle non-condannate a morte immediata; ha camminato sul sottile filo della vita nella sua permanenza nel campo di concentramento di Stutthof e, anche quando una gamba infetta sembrava aver segnato il suo destino in modo inesorabile, la buona stella ha continuato a vegliare su di lei.

Insomma questa è la storia reale di una ragazzina di soli 16 anni che è riuscita straordinariamente a sopravvivere alla violenza nazista nonostante un'adolescenza rubata e gli affetti strappati.
Perché Trudi amava la vita più di ogni altra cosa:
"Malgrado le condizioni disumane della vita nel campo di lavoro, malgrado la paura e la degradazione, la sofferenza fisica e la fame, ero ostinatamente attaccata alla vita. Lottavo per tenere alto il morale di mia madre, e non lasciavo mai morire la speranza dentro di me. Anche la rabbia ci dava forza, la rabbia di essere state abbandonate, di essere tagliate fuori dal resto del mondo. Quanto ancora ci sarebbe voluto prima che gli alleati sbaragliassero i nazisti? Eravamo sicure che avrebbero perso la guerra, e ci aggrappavamo alla speranza di poter vedere quel giorno."

Dettagli
"Ho sognato la cioccolata per anni"
di Trudi Birger
Editore: Piemme Pocket
Data di pubblicazione: 1991
Pag. 222
Prezzo: 6,90€

venerdì 3 febbraio 2012

L'inferno di Treblinkla


79 pagine nell'agghiacciante inferno di Treblinka, uno dei tanti campi di concentramenti nazisti. Probabilmente uno dei più mostruosi dove "essere condannati a vivere era molto peggio che essere condannati a morire". Già il nome fa venire i brividi e incute paura. Ma quello che racconta Vasilij Grossman va oltre il concetto di orrore e malvagità.

Qui ebrei, prigionieri politici e zingari vennero deportati con l'inganno, senza alcuna idea della loro triste destinazione.
L'inganno continuava anche al loro arrivo al campo per poi frantumarsi in mille pezzi una volta superato il cancello d'ingresso. Certo non mancavano strani segnali appena scesi alla finta stazione di Treblinka, costruita appositamente dai nazisti per reggere il teatrino: sul piazzale d'arrivo rimanevano a volte giocattoli, pettini e abiti della tradotta precedente; e poi, perché le SS non riuscivano a trattenere dei sorrisetti beffardi?
E tuttavia, queste persone dal destino ormai irrimediabilmente segnato come potevano immaginare fino a che punto si era spinta la malvagità umana?

Senza via di scampo e senza il tempo per realizzare quanto stava accadendo, i prigionieri venivano spinti verso la loro morte: all'interno del campo numero 2 aveva così inizio il processo "per annientare la psiche delle vittime, espressione di una crudeltà priva di logica che annichiliva la coscienza e la volontà."
In poche ore tutti venivano privati dei loro averi, spogliati, rasati a zero, derisi, picchiati, attaccati da pastori tedeschi addestrati a strappare a morsi i genitali, stipati in spazi minuscoli, gasati e buttati in enormi fossi comuni.
Fa gelare il sangue il racconto di come bambini vivi venivano buttati tra le fiamme altissime dei forni o dei ventri delle donne incinte che scoppiavano per l'eccessivo calore.
Fa scuotere la testa increduli sapere della violenza gratuita verso alcuni bambini che, incolonnati verso le camere a gas con genitori, parenti e amici, venivano afferrati da una folle SS e sbattuti con violenza a terra per far spezzare loro la colonna vertebrale.

Nonostante tutti gli orrori raccontati, Grossman riesce comunque a trovare un modo per riscattare la memoria dei milioni di vittime della follia nazista:
Dopo aver tolto a quella gente la casa e la vita, l'hitlerismo avrebbe voluto cancellare anche i loro nomi dalla memoria del mondo. Ma tutte quelle persone, tutti coloro che hanno lasciato questa vita conserveranno in eterno il migliore dei nomi, un nome che la banditaglia dei vari Hitler-Himmler non è riuscita a calpestare: erano uomini. E nei loro epitaffi la storia scriverà: "Qui riposa un essere umano!".
E infine un pensiero su cui è doveroso riflettere:
Che cosa bisogna fare affinché il nazismo, il fascismo, l'hitlerismo non abbiano a risorgere né al di qua né al di là dell'oceano, mai e poi mai, in secula seculorum? L'idea imperialistica dell'eccellenza di una nazione, di una razza o di chissà che cos'altro ha avuto come conseguenza logica la costruzione da parte dei nazisti di Majdanek, Sobibor, Belzec, Auschwitz, Treblinka. Dobbiamo tenere a mente che di questa guerra il razzismo, il nazismo non serberanno soltanto l'amarezza della sconfitta, ma anche il ricordo fascinoso di quanto sia facile uno sterminio di massa.

Dettagli
"L'inferno di Treblinka"
di Vasilij Grossman
Editore: Adelphi
Data di pubblicazione: 1944
Pag. 79
Prezzo: 6,00€

mercoledì 25 gennaio 2012

Torta al caramello in paradiso


Immagino Elmwood Springs come un piccolo paese immerso in una sterminata campagna coltivata a campi di soia e grano, e punteggiata qua e là da fattorie e da grandi querce. Questa minuscola città si sviluppa lungo un'unica arteria stradale, dove si avvicendano le tipiche case americane costruite con assi di legno bianche, circondate da prati inglesi perfettamente curati e separate le une dalle altre da steccati bianchi.
Ovviamente qui tutti conoscono tutti e lo sport preferito dalla comunità è lo scambio settimanale di gossip sotto i caschi della parrucchiera Tot.

Il personaggio più amato di questa cittadina è Elner Shimfissle, un'ultra novantenne che un po' mi ricorda mia nonna materna*: "una vecchia signora dalla scorza dura, già caduta più volte rovinosamente, e sempre sopravvissuta per raccontarlo. [...] la vecchietta era tosta e sotto diversi aspetti."

Una una mattina, Elner, incurante della sua stazza e della sua età, decide di salire sul suo albero di fichi e... cade pericolosamente all'indietro, perdendo i sensi. Alla notizia della zia ricoverata d'urgenza in ospedale, la nipote Norma  che per tutto il romanzo ha avuto per me le fattezze di Kathy Bates/Evelyn Couch  si fa immediatamente venire un colpo apoplettico e un attacco d'ansia.
Figuratevi la sua reazione quando il dottore le comunica che la povera zietta è deceduta; ma soprattutto quando, presentadosi al suo capezzale, Elner riapre gli occhi, si mette comoda sul lettino e comincia a parlare.
La notizia della morte e risurrezione di Elner rimbalza anche a Elmwood Springs creando prima sconforto e una corsa di solidarietà a sostegno dei familiari di Elner, e poi sbigottimento e felicità: Elner è ancora viva e continuerà a deliziare la vita di tutti gli abitanti del paese, con la sua semplicità, la sua schiettezza e la sua dolcezza!

Ma cosa sarà successo a Elner in quelle ore di assenza dal pianeta Terra? Che si sia trattato solamente di uno dei suoi scherzi da inguaribile giocherellona?
Eppure il medico che l'aveva accolta in ospedale aveva fatto tutti i tentativi possibili per rianimarla e l'elettroencefalogramma piatto non poteva lasciare dubbi sulla sua morte clinica.

Non vi rovinerò il piacere di scoprire quale incredibile viaggio ha compiuto Elner.
Sappiate però che il ritorno di Elner nel mondo dei vivi porterà tanti cambiamenti positivi nella cittadina di Elmwood Springs, risvegliando animi addormentati e infondendo coraggio alle persone rassegnate.


Dulcis in fundo — è proprio il caso di dirlo — a fine libro trovate le ricette dei piatti citati all'interno di Torta al caramello in paradiso: la torta al caramello paradisiaca di Neighbor Dorothy; il pane al mais della signora McWilliams; le uova alla diavola di Louise Franks; la torta Bundt di Irene Goodnight; il fegato con cipolle di zia Elner; lo sformato di fagiolini di Irene Goodnight; il formaggio al peperone di Norma; la torta di noci di zia Elner.

Evviva la gustosa e pesante cucina made in USA!
Ed evviva i libri-coccola per lo spirito come Torta al caramello in paradiso!

oggi la nonna Teresa compie 90 anni! Auguri nonna! Continua così!


Dettagli
"Torta al caramello in paradiso"
di Fannie Flagg
Editore: Sonzogno Editore
Data di pubblicazione: 2007
Pag. 372
Prezzo: 17,50€

martedì 17 gennaio 2012

Almeno 7 motivi per leggere un libro


Traduzione per i non anglofili:
  • batterie a durata infinita
  • le pagine si caricano sempre
  • gestione dei diritti digitali gratuita
  • nessun pericolo di perdere i propri dati
  • immune da virus
  • compatibile con tutti i tipi di mani e di occhi
  • resistente alle vibrazioni e ai colpi - Dai, lancialo contro il muro.
Tratto da The DogHouseDiaries

lunedì 16 gennaio 2012

Colazione da Starbucks


Teheran - Tucson: biglietto di sola andata.

O almeno questo è quello che si augura Tami mentre sull'aereo che la porterà negli Stati Uniti d'America si libera del fastidioso chador. È il primo gesto di liberazione compiuto dalla giovane Tami: finalmente le strette catene della repubblica islamica dell'Iran — che per ventisette anni le hanno impedito di esprimere liberamente se stessa — cominciano a spezzarsi.

Ogni giorno passato lontano dall'odiosa patria porta con sé tantissime scoperte che le svelano un mondo nuovo e sconvolgente.
Sconvolgente è vedere bambini e bambine giocare tranquillamente insieme nel parco.
Sconvolgenti sono le ragazze vestite con magliette talmente corte da scoprire l'ombelico.
Sconvolgente è "la disinvoltura con cui uomini e donne se ne stanno seduti insieme a chiacchierare. È un lusso di cui non si rendono neppure conto" (pg. 70).
Sconvolgente è poter scherzare e ridere apertamente per strada con la disinibita Eva, senza essere braccata e incarcerata dai bassidji, la milizia religiosa iraniana. E, soprattutto, flirtare con Ike, il bel cameriere di Starbucks. 

Ma per poter rimanere nella land of opportunities, Tami deve impegnarsi in una ricerca forsennata: nei tre mesi di durata del visto, infatti, deve riuscire a trovare un marito. Sembra un'impresa impossibile in così poco tempo, ma per fortuna può contare sull'appoggio della sorella Maryam e del cognato Ardishir.
Peccato che i potenziali candidati alla mano dell'avvenente protagonista siano uno più fuori di testa dell'altro e nessuno riesce a far scoccare la scintilla nel cuore di Tami.
Così, a pochi giorni dalla scadenza del suo permesso di soggiorno, la nostra protagonista non è ancora riuscita a impalmare un ragazzo e si trova davanti all'agghiacciante realtà: ritornare in quella patria che soffoca lo spirito di ogni suo cittadino e ridiventare "la morte a passeggio" (espressione coniata da Guy de Maupassant per descrivere le donne in chador nel XIX secolo).
Il destino della povera Tami è ormai segnato... a meno che, la sua festa d'addio a Las Vegas, non le (e ci) riservi un inaspettato colpo di scena finale! 
"My country owes me nothing. It gave me, as it gives every boy and girl, a chance. It gave me schooling, independence of action, opportunity for service and honor. In no other land could a boy from a country village, without inheritance or influential."
— 
Herbert Hoover

Dettagli
"Colazione da Starbucks"
di Laura Fitzgerald
Editore: Piemme
Data di pubblicazione: 2007
Pag. 333
Prezzo: 16,90€

giovedì 29 dicembre 2011

Recensione del libro di Make Up Delight


Ieri ho fatto un giro in biblioteca e, tra le novità, ho adocchiato il libro di Giuliana, meglio noto su YouTube con il nickname di Make Up Delight. Lei è una delle star del make up: professionale, precisa, divertente e ironica (per farvi un'idea date un'occhiata alle sue imitazioni di Karina nella sezione Video tragi-comici); la seguo ormai da diverso tempo, sognando di essere in grado almeno una volta nella mia vita di replicare uno dei suoi spettacolari trucchi.

MA.

Se avete già nella vostra biblioteca personale il libro di Clio make-up pubblicato ad agosto 2009, allora evitate il libro di Giuliana e risparmiate quei 17,50€ per un libro più meritevole.  

Stesso editore, stesso formato e struttura molto simile.
Si inizia con una dedica e una breve introduzione.
Vengono poi passati in rassegna i ferri del mestiere: pennelli; accessori vari; le diverse formulazioni di fondotinta, blush, cipria e ombretto; come truccare un viso rotondo, allungato, ovale, squadrato; piccoli consigli sparsi tra le pagine per ottenere un trucco perfetto.
Entrambi i libri si chiudono con la presentazione di trucchi adatti per diverse occasioni (per una serata speciale, per giovanissime, per donne mature, per una sposa, smokey eyes), ma sono molto più utili ed esplicativi i video di queste due guru del make-up.

Insomma i due libri sono quasi interscambiabili, se non fosse per il fatto che la grafica e il testo del libro di Clio sono di qualità decisamente migliore rispetto a quelli di Giuliana. Nel libro di Giuliana, infatti, le foto sono a volte sfuocate e sempre incasellate in quel noioso parallelepipedo con due angoli smussati e gli altri due a 90°.

Cara Giuliana, ti stimo tanto e come make-up artist ti preferisco persino a Clio; ma il tuo libro non mi è proprio piaciuto. Continua con i tuoi fantastici video tutorial perché te la cavi molto meglio.

Dettagli
"Make Up Delight"
di Giuliana Arcarese
Editore: Rizzoli
Data di pubblicazione: 2011
Pag. 256
Prezzo: 17,50€

domenica 11 dicembre 2011

Il sangue dei fiori


Il sangue dei fiori è il romanzo di debutto di Anita Amirrezvani, ispirata a scrivere questa storia da un tappeto persiano regalatole dal padre durante l'adolescenza.

Nel romanzo è raccontata la storia di una tredicenne di un villaggio sperduto nella Persia del 17° secolo e con una grande passione: annodare tappeti.
Purtroppo la sua vita viene sconvolta dal passaggio di una cometa maledetta e maligna che le porterà solo un'ondata di sciagure. La prima è la morte del padre che costringe lei e la madre a trovare riparo presso la ricca famiglia dello zio Gostaham nella lontana città di Isfahān. Qui, tra la magnifica casa dello zio, i minareti della moschee, il Ponte dei 33 archi e l'immensa Piazza del Mondo, la ragazzina diventerà una donna, toccando con una mano le gioie del paradiso e vivendo con l'altra le pene dell'inferno.

Non vi rovinerò la sorpresa: lascio a voi scoprire quali umiliazioni dovrà sopportare (vi basti sapere che sono davvero tante e che avrebbero spezzato anche il più massiccio degli alberi).

Ma alla fine la sua tenacia e la sua passione per i tappeti riusciranno a riscattarla da tutti i dolori sofferti, rendendola una ragazza emancipata e forte, dal valore inestimabile. Il che è straordinario, specialmente in relazione all'ambiente storico e culturale in cui è ambientata la storia.
"Io ero diversa da tutte loro: avevo i miei tappeti e la mia famiglia adottiva a cui pensare. [...] Ero una donna: il mio lavoro costituiva una novità e i miei tappeti andavano a ruba tra le donne dell'harem. Non avrei mai rinunciato al mio mestiere, anche se avessi sposato un uomo ricco come lo scià."
Altre due note che rendono così speciale questo romanzo:
  1. lo stile con cui è scritto: solo in poche altre occasioni mi è capitato di leggere parole così incantevoli
  2. le piccole storie sparse qua e là nel romanzo e che rappresentano delle piccole perle all'interno di quel prezioso gioiello che è Il sangue dei fiori

Dettagli
"Il sangue dei fiori"
di Anita Amirrezvani
Editore: Mondadori
Data di pubblicazione: 2007
Pag. 364
Prezzo: 18€

domenica 6 novembre 2011

Decluttering... di libri!

Scatolone di libri in vendita o scambiabili © Eleonora F.

Questa storia del minimalismo, passata finalmente dall'astratta teoria alla pratica, mi sta coinvolgendo molto: non appena trovo qualche minuto libero mi dedico al riesame di una parte di camera, bagno, salotto o cucina. Addirittura ieri sera, dopo la serata in compagnia di Marco, ho avuto un "attacco minimalista" e sono rimasta in piedi fino alle 2 per riordinare e selezionare vestiti! 

In questa settimana ho fatto ulteriori passi avanti e, soprattutto, ho affrontato lo scoglio più difficile per me: i libri! Ho osservato i miei molteplici scaffali e, con le spalle al muro, ho dovuto arrendermi all'evidenza:  ho troppi libri, tutti accatastati l'uno sopra l'altro (in file verticali per ottimizzare lo spazio), spesso in doppia fila vietata.
Cos'ho scoperto?
  • libri che nemmeno ricordavo più di avere
  • libri arrivati come regalo ma non di mio interesse quali “Le tecniche di lettura rapida - Guida ai nuovi metodi di lettura” di Wolfgang Zielke e “Il mio abbecedario cinese” di Catherine Louis e calligrafie di Shi Bo (quest'ultimo è un regalo di una mia cara amica dei tempi dell'università che ha confuso la mia passione per il Giappone con la Cina)
  • libri comprati forzatamente dopo essermi fatta inc...astrare dai tirapiedi di Mondolibri (ne avevo già parlato in precedenza) come “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia
  • libri comprati sotto qualche effetto stupefacente (non saprei spiegare altrimenti la loro presenza) come “L’autostima” di Willy Pasini
  • libri letti ma ormai inutilizzabili quali "Come si fa una tesi di laurea” di Umberto Eco e alcuni testi universitari. Uno per tutti è "Minna no Nihongo" (ovvero il giapponese per tutti), un eserciziario di giapponese utile durante i corsi della prof. Tanaka ma ormai destinato all'abbandono. Magari lo sfrutterò appieno nella mia prossima vita quando mi iscriverò a Lingue e letterature orientali. Al momento attuale, però, sarebbe più utile nelle mani di qualche nippofilo serio
  • libri letti ma che non mi sono piaciuti per niente come “Cronaca di una morte annunciata” di Gabriel Garcìa Màrquez
  • libri inspiegabilmente doppi quali “La cantatrice chauve” di Eugène Ionesco, “Miniguida al consumo critico e al boicottaggio” del Movimento Gocce di Giustizia e “Il balcone dell’indipendenza” di Marinella Correggia
In totale ho individuato oltre una trentina di libri di cui voglio sbarazzarmi. Ovviamente non andranno a finire nella spazzatura — tranne un paio di mini dizionari ritrovati in condizioni pietose e sporchi d'inchiostro (WTF?!) — ma verranno rimessi in circolo, alla ricerca di una seconda vita e di persone che sappiano apprezzarli.
Ho creato una lista su Google Docs (non ancora definitiva) che potete visualizzare qui oppure su Anobii nella sezione Trading (ad oggi, però, incompleta): vendo tutto a prezzo dimezzato, ma sono disponibile anche per degli scambi.
Preferirei inoltre la modalità di consegna a mano, tuttavia sono disposta a valutare anche l'ipotesi della spedizione via posta. Se siete interessati potete scrivermi anche qui.
Se non riuscirò a trovare nessun interessato, cercherò di piazzarli al Libraccio.

Altri libri, non presenti in lista, verranno donati al mercatino dei libri usati della mia parrocchia dove, per inciso, settimane fa feci una scorpacciata di libri (6 in totale) per nemmeno 20 euro di spesa!

Che ne dite? Come inizio non è niente male, vero?
Lo ammetto: all'inizio ho fatto un po' di fatica a scegliere i libri da cui separarmi; ma poi, liberando completamente la mente e pensando lucidamente alla loro effettiva utilità per me, l'operazione non è stata poi così traumatica :)
Ora sto addirittura rivedendo la libreria per scovare altro da inserire nella lista! Incredibile...

lunedì 31 ottobre 2011

La sfida delle 100 cose di Dave Bruno


Da qualche anno ho sviluppato un grande interesse verso il movimento minimalista e seguo diversi blog in tema (la maggior parte "made in USA", tra cui spiccano l'ottimo Zen Habits e il più recente Mnmlist di Leo Babauta, ma segnalo anche l'italianissimo Minimo di Laura Dossena). Quindi non mi era sfuggito questo testo di cui si è spesso parlato, prontamente infilato nella lista dei desideri e acquistato finalmente un paio di settimane fa.

La sfida delle 100 cose di Dave Bruno è un testo interessante che propone una sfida stimolante all'umanità (anche se forse manca quell'approfondimento in più che lo avrebbe reso ancora migliore). In cosa consiste questa sfida? Vivere per un anno intero solamente con 100 cose. A leggerla così sembra una vera mission impossible; e invece Dave Bruno c'è riuscito e ha scatenato un forte dibattito a livello internazionale, guadagnandosi inaspettatamente un folto gruppo di sostenitori e innescando una catena di sfide simili.

Io trovo il suo esperimento ammirabile e mi ha spinto sia a fare un po' di pulizia materiale che riflessioni mentali perché, nonostante creda di essere una persona attenta agli sprechi e all'ambiente nonché aspirante minimalista, mi ritrovo con armadietti e scaffali pieni di acquisti compulsivi coperti da una coltre di polvere, segno evidente della loro inutilità.

Che dire, ad esempio, della ventina di ombretti minerali conservati in una scatola a fiori in bagno? Essendo una frana nell'arte del trucco e una ritardataria cronica, mi capita raramente di avere la pazienza e il tempo di abbellirmi gli occhi con i colori sgargianti di questi fantastici ombretti. Mi piacerebbe esserne in grado ma — ahimè — guardare i tutorial di ClioMakeUp e di MakeUpDelight non mi ha reso la nuova guru del trucco di YouTube. Quindi il massimo che mi concedo è una passata di fondotinta minerale, di blush minerale e mascara.
Ma perché ne ho acquistati così tanti? Perché nello shop online si presentavano tutti in modo irresistibile; perché amo i colori forti e vivaci; perché essendo minerali sapevo di non comprare niente di dannoso per la mia pelle; perché sono belli da vedere; perché speravo di diventare brava nel creare trucchi ad opera d'arte come questo e di stupire gli altri con combinazioni fantasiose e colorate.
Questo è successo solo una volta quando sono riuscita a creare un mix perfetto di verde smeraldo e di oro sulle mie palpebre e ho ricevuto i complimenti delle mie amiche. Una volta in un anno dal loro acquisto.

E con quest'ultimo punto tocco una questione importante trattata anche nel libro: il cercare di dare significato all'esistenza attraverso i nostri acquisti. Non vi è mai capitato di pensare qualcosa come "Cavoli, con quel cappotto/quella borsa/quegli orecchini sarei veramente bellissima/sarei molto più professionale/tutti si girerebbero a guardarmi/farei l'invidia di qualsiasi bipede?". Beh, lo confesso: io l'ho pensato. Molte volte. Forse perché soffro di insicurezza cronica? O perché vivo in una società dove l'avere e l'apparire conta più dell'essere? Perché ho bisogno di sentirmi elogiata ed apprezzata? Oppure perché voglio prevalere sugli altri? Perché sento che mi sentirei realizzata con quel "pezzo mancante"?
Magari è per tutto questo messo insieme. Sta di fatto che ci sono dentro anch'io, nonostante la mia vena ecologista e minimalista.

Ora, non pensate che io sia una Becky Bloomwood all'italiana! Vi assicuro che mi faccio degli scrupoli quando devo comprare qualcosa e non acquisto qualsiasi cosa mi piaccia, anche perché non guadagno cifre folli e perché ho ancora un briciolo di buonsenso. Inoltre non amo seguire la moda, non mi piacciono i vestiti in cui campeggiano i nomi delle griffe a caratteri cubitali, ricerco la comodità, la praticità e possibilmente una buona fattura (ad esempio, ho diversi maglioni Benetton comprati alle superiori che mi calzano ancora a pennello e sono ancora perfetti).
Quindi non mi vedrete mai spendere migliaia di euro per una borsa marrone con una L e una V incrociate in Place Vendôme a Parigi né contrattare con un venditore abusivo per la stessa borsa taroccata nelle vie di Milano (nel caso remoto in cui mi vediate far ciò, siete autorizzati a darmi un colpo in testa).

Però ammetto di incappare nell'errore comune di ricercare la felicità negli oggetti e di pensare che sarei una persona migliore e più interessante se entrassi in possesso di un certo oggetto.
Il problema è che non succede mai. Quegli ombretti minerali non mi hanno resa più figa e non sono diventata brava a truccarmi gli occhi.
"Il consumismo stimola in noi l'impulso di acquistare, ma non a conoscere noi stessi. La pubblicità e le tecniche di vendita del centro commerciale puntano a renderci sempre meno consapevoli di chi siamo realmente e sempre più preoccupati di chi non siamo." (pg. 88)
Voglio forse diventare una vuota narcisista? NO!
Quindi il prossimo passo sarà applicare il più possibile il minimalismo alla mia vita, evitare gli acquisti compulsivi e riflettere di più quando mi trovo in un negozio, pronta per un nuovo acquisto.
E poi vorrei anche affrontare qualche sfida, magari quelle proposte da Laura sul suo Minimo.

Mi rendo sempre più conto che desidero davvero slegarmi il più possibile dal vortice del consumismo e oppormi all'imperativo secondo cui per far ripartire questa stagnante economia mondiale sia necessario comprare, comprare e solo comprare (e quindi indebitarsi, aprire finanziamenti e andare in rosso).

Voglio solo vivere una vita più semplice e meno stressante.

Dettagli
"La sfida delle 100 cose"
di Dave Bruno
Editore: Tecniche Nuove
Data di pubblicazione: 2011
Pag. 196
Prezzo: 14,90€

venerdì 15 luglio 2011

Il cerchio delle pietre


Come promesso ieri, ecco un mini-commento spoileroso su Il cerchio delle pietre di Diana Gabaldon.

Dopo tanti ostacoli che si erano interposti sul loro cammino, superati solo grazie al loro amore e al desiderio di stare insieme, Claire e Jamie hanno dovuto arrendersi di fronte all'inevitabilità della storia. La battaglia di Culloden si è rivelata più forte di loro.

Ma ora, eccoli, finalmente insieme. Di nuovo.
Certo, 20 anni di separazione non sono mica una quisquilia e posso ben capire l'imbarazzo iniziale, i gesti esitanti, i visi imbarazzati.
Ed è fantastico vedere che, nonostante tutto, sono ancora innamorati, appassionati, presissimi l'uno dall'altro, desiderosi di continuare il loro cammino insieme.

C'è un però.
Laoghaire MacKenzie è diventata Laoghaire Fraser.
Si, avete capito bene. La puttanella (cit.) si è sposata con il nostro rosso preferito. Ok, Jamie l'ha fatto un po' per pietà di questa donna rimasta vedova con tanto di prole e senza un reddito, un po' per soddisfare esigenze maschili represse troppo a lungo.
E concediamogli pure che non l'ha mai amata e che presto il loro matrimonio è naufragato.
Ma con tutte le donne esistenti in Scozia, proprio con Laoghaire doveva convolare a nozze?!
No, Jamie Fraser, non ci siamo proprio!

Ora mi prendo una pausa dalla saga della Straniera.
Altrimenti rischio di farmela venire a noia.

In questi giorni - per la categoria romanzi - sto leggendo Chocolat di Joanne Harris (anche se probabilmente è più famoso il film con Juliette Binoche e Johnny Depp che io non ho ancora visto).
L'ho iniziato giusto ieri e mi è piaciuto fin dalle prime pagine: irresistibile Vianne Rocher (con quel cognome poi... yummy!).

martedì 25 gennaio 2011

Ritorna l'indice dei libri proibiti in Italia


Questo è un blog nato per i libri, per difendere e per promuovere la lettura, per tenere traccia delle mie letture e, magari, invogliarvi a lasciarvi trasportare da romanzi e racconti tramite le mie recensioni.

Per cui, anche se mi trovo nel clou della sessione invernali degli esami (a proposito: meno 2!) e un po' sotto pressione per la tesi (un capitolo approvato, un altro in attesa di approvazione), non posso spendere due parole su un fatto veramente scandaloso di cui sono venuta a conoscenza tramite Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini: nella provincia di Venezia è ritornato di moda L'indice dei libri proibiti!
Pensavate che queste pratiche medievali fossero destinate a rimanere confinate in un passato oscurantista e che solo personaggi folli come Hitler fossero in grado di mettere al rogo dei libri?
E pensavate male perché l’assessore alle attività culturali della provincia di Venezia, tale Raffaele Speranzon, appartenente al Popolo della libertà (ahahahah, quale controsenso!), ha ordinato alle biblioteche del veneziano di:
  1. eliminare dagli scaffali i libri di tutti gli autori che nel 2004 firmarono un appello dove si chiedeva la scarcerazione di Cesare Battisti
  2. non organizzare iniziative con tali scrittori in quanto “persone sgradite”
Tra gli autori censurati ci sono la stessa Lipperini, Daniel Pennac, Vauro, Wu Ming. Per leggere una lista completa vi rimando a questa pagina di Lipperatura.
Ovviamente la blogosfera pullula di post e articoli sull'argomento, mentre alla televisione non ho ancora visto un telegiornale che abbia dedicato un servizio alla triste vicenda (forse solo il TG3 lo ha fatto, correggetemi se sbaglio). Per cui immagino che la maggior parte della gente continui a ignorare questa fiammata di fascismo o - peggio - che non gliene freghi proprio nulla, visto che la lettura non è sicuramente tra i primi pensieri degli italiani.

Molto meglio promuovere un tipo di cultura alla "Vacanze di Natale in **** (inserire una nazione del mondo a caso)" come nella foto (tratta dal blog Sanjuro), vero sig. Speranzon?
Una "cultura" fatta di tette e culi, di personaggi arroganti e ignoranti, di battute squallide che non fanno più ridere nessuno, di situazioni trash e di un'infilata di banalità che sono un insulto all'intelligenza dell'uomo. Vogliamo anche noi brindarci sopra, tenere la testa disimpegnata dai problemi del nostro Paese, preoccuparci solo di noi stessi fregandocene del prossimo, senza guardare mai al di là del nostro naso e lasciando che tutto vado al(lo) (s)fascio?
È questa la gente di cui ha bisogno l'Italia?



Io non ci sto. Sono tante le battaglie da combattere e questa è sicuramente una di queste. Per cui ho seguito il consiglio di Uomo in polvere e ho scritto a Speranzon (raffaele.speranzon@comune.venezia.it):
Fagli sapere che le biblioteche pubbliche sono un bene di tutti, non un bene privato di chi governa. Fagli sapere che in Italia è da molti secoli ormai che non si mettono più al bando i libri. Fagli sapere che oggi, in Italia, non c’è ancora posto per il nazismo.
E ora sono qui a scriverne, sperando che a qualcosa serva e che magari qualcuno, passando da queste parti, senta il mio stesso bisogno di protestare.


I created this blog because I love books and I want to promote reading.
So even if the last exams and the thesis put me under enormous pressure, I have to share my opinion with you about a shameful fact: in the province of Venice the List of Prohibited Books is back!

giovedì 9 dicembre 2010

Come la prima volta

Malvasia


Un veloce aggiornamento dicembrino.
Innanzitutto ho messo in atto alcune cosette che vi spiegavo nel post precedente, infatti:
  1. ho fatto il mio primo prestito di 25 dollari su Kiva a favore di Cirila Nina Paucar e le sarà d'aiuto - insieme agli altri prestiti - per comprare prodotti per la cucina del suo ristorante in Perù
  2. ho adottato un coniglio (anzi, una coniglia!) a distanza tramite l'associazione La Collina dei Conigli: si chiama Malvasia, è già madre di due piccoli di nome Noà e Merlot ed ha qualche problema con i dentoni, per cui sono felice di dare il mio piccolo contributo per sistemarla anche sotto questo punto di vista. Era stata abbandonata con i due cuccioli e il compagno da una famiglia sfrattata che si è data rapidamente alla fuga lasciandoli soli in un appartamento.
Il problema è che ora non vorrei più fermarmi e vorrei:
  1. adottare a distanza una cavia sempre tramite l'associazione La Collina dei Conigli
  2. adottare a distanza un asino tramite l'ONLUS Il Rifugio degli Asinelli. Ebbene si, un asino. Mi piacciono molto. Sarà per gli ingiusti aggettivi che solitamente vengono rifilati a questo animale che, in realtà, è simpatico e intelligente. Sarà per i racconti che mio papà mi faceva da piccolina prima di addormentarmi sugli asini (Giulio e Giulietto!) che possedeva suo zio, di come si divertiva da bambino quando lo zio lo faceva salire sul carro per guidare gli asini, di come era attaccato a questi animali. Racconti che mi sono rimasti impressi nella mente e che mi riportano con nostalgia allo spensierato periodo dell'infanzia e all'agognato momento prima delle nanna solitamente trascorso con mio papà.
Oltre alle donazioni, in questi giorni mi sto dedicando completamente alla tesi e sto proseguendo (credo abbastanza bene) con il primo capitolo che devo consegnare martedì prossimo alla prof. Spero di aver scritto cose sensate ;) Incrociate le dita per me!
Ovviamente le mie letture del momento (e dei prossimi momenti, aggiungerei) sono rivolte solo ai social media e agli esami incombenti, ma martedì ho ceduto e sono andata in biblioteca dove ho preso in prestito un romanzo di Nicholas Sparks: Come la prima volta (traduzione discutibile dell'originale The Wedding. Era così difficile scrivere semplicemente Il matrimonio?!).
Devo dire: un altro bel colpo messo a segno da Nicholas Sparks.

Wilson e Jane (figlia di Noah, protagonista del meraviglioso e struggente Le pagine della nostra vita) sono una coppia sulla cinquantina come ce ne sono tante: vivono nella tranquilla North Carolina, sono sposati da molto tempo, hanno tre splendidi figli ormai fuori casa e una vita di coppia un po' spenta.

Ma giungere a questa situazione di paludosa monotonia è normale per qualsiasi coppia dopo trent'anni di matrimonio trascorsi insieme oppure c'è ancora chi, dopo anni di gioie e dolori, è in grado di rinnovare il rapporto con qualche tocco di follia, di passione e di romanticismo?
Wilson si trova di fronte a questo difficile problema, dopo essersi dimenticato del 29° anniversario di matrimonio e aver visto la tristezza e l'amarezza sul volto della moglie. Jane lo amerà ancora oppure ormai l'amore, logorato da una lunga serie di dimenticanze imperdonabili, di feste mancate e di baci non dati, sarà stato sostituito dal semplice affetto?

Wilson teme di essere diventato come una di quelle coppie per cui lui e Jane avevano sempre provato compassione: appena sedutisi al tavolo del ristorante per cena, "tra i due cala il silenzio e li vedi sorseggiare il vino guardando fuori dalla finestra, in attesa delle portate. Quando poi queste arrivano, a volte i due si rivolgono brevemente al cameriere, ma tornano subito a rifugiarsi nei loro mondi. E per tutta la cena restano lì come un paio di perfetti sconosciuti ai quali è capitato di sedersi allo stesso tavolo, quasi che il godimento della reciproca compagnia non valesse le sforzo di parlare".

C'è qualcosa che Wilson può fare per invertire la rotta e recuperare la complicità e la passione di un tempo? Sicuramente si e da timido orso calcolatore qual'era, Wilson riuscirà a recuperare il rapporto con la sua amata Jane e a stupirla lasciandola senza fiato con un finale veramente col botto, su cui versare tante lacrime e riporre i nostri sogni romantici.

Malvasia

A quick update.
First of all I have to tell you that I've accomplished some things described in the previous post:
  1. I made my first loan on Kiva in aid of Cirila Nina Paucar for the kitchen of her restaurant in Perù
  2. I adopted at distance a rabbit through the Italian association La Collina dei Conigli: her name is Malvasia, she's the mother of Noà and Merlot and she has some problems with her teeth
The problem is that I'd like also to adopt at distance:
  1. a guinea pig always throught the association La Collina dei Conigli
  2. a donkey through the association Il Rifugio degli Asinelli
Besides that, I'm focusing completely on my thesis and next Tuesday I'm going to give the first chapter to my thesis director. Cross your fingers for me!
So, in this period, I'm just reading books about social media and for the next exams, but last week I gave in to the temptation of reading a novel so I went to the local library where I borrowed The Wedding by Nicholas Sparks, which I liked it a lot.

Wilson e Jane (the daughter of Noah, the main character of the wonderful The Notebook) are a couple about fifty like many others: they live in the peaceful North Carolina, they have been married since a long time, they have three amazing children who live outside home and a dull conjugal life.

After he has forgotten their 29° wedding anniversary, Wilson wonders if it's a normal thing for every couple in this world to become monotonous partners after almost 30 years spent together or if there's a way to relight a tired relationship. Maybe all his mistakes, his forgetfulness and his obsession with his job have destroyed his marriage and he has become a huge disappointment for Jane. Maybe she doesn't love him anymore.

He fears they have become like one of those couples that you can often see at the restaurant: "The husband might pull out a chair or collect the jackets, the wife might suggest one of the specials. And when the waiter comes, they may punctuate each other's orders with the knowledge that has been gained over a lifetime-no salt on the eggs or extra butter on the toast, for instance.
But then, once the order is placed, not a word passes between them.
Instead, they sip their drinks and glance out the window, waiting silently for their food to arrive. Once it does, they might speak to the waiter for a moment - to request a refill of coffee, for instance - but they quickly retreat to their own worlds as soon as he departs. And throughout the meal, they will sit like strangers who happen to be sharing the same table, as if they believed that the enjoyment of each other's company was more effort than it was worth. Perhaps this is an exaggeration on my part of what their lives are really like, but I've occasionally wondered what brought these couples to this point."

Is there anything that Wilson can do to change the situation and improve the relationship with her beloved Jane? Of course there's something he can do: he will be a shy clumsy person no more and will leave her wife breathless.
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