lunedì 31 ottobre 2011

La sfida delle 100 cose di Dave Bruno


Da qualche anno ho sviluppato un grande interesse verso il movimento minimalista e seguo diversi blog in tema (la maggior parte "made in USA", tra cui spiccano l'ottimo Zen Habits e il più recente Mnmlist di Leo Babauta, ma segnalo anche l'italianissimo Minimo di Laura Dossena). Quindi non mi era sfuggito questo testo di cui si è spesso parlato, prontamente infilato nella lista dei desideri e acquistato finalmente un paio di settimane fa.

La sfida delle 100 cose di Dave Bruno è un testo interessante che propone una sfida stimolante all'umanità (anche se forse manca quell'approfondimento in più che lo avrebbe reso ancora migliore). In cosa consiste questa sfida? Vivere per un anno intero solamente con 100 cose. A leggerla così sembra una vera mission impossible; e invece Dave Bruno c'è riuscito e ha scatenato un forte dibattito a livello internazionale, guadagnandosi inaspettatamente un folto gruppo di sostenitori e innescando una catena di sfide simili.

Io trovo il suo esperimento ammirabile e mi ha spinto sia a fare un po' di pulizia materiale che riflessioni mentali perché, nonostante creda di essere una persona attenta agli sprechi e all'ambiente nonché aspirante minimalista, mi ritrovo con armadietti e scaffali pieni di acquisti compulsivi coperti da una coltre di polvere, segno evidente della loro inutilità.

Che dire, ad esempio, della ventina di ombretti minerali conservati in una scatola a fiori in bagno? Essendo una frana nell'arte del trucco e una ritardataria cronica, mi capita raramente di avere la pazienza e il tempo di abbellirmi gli occhi con i colori sgargianti di questi fantastici ombretti. Mi piacerebbe esserne in grado ma — ahimè — guardare i tutorial di ClioMakeUp e di MakeUpDelight non mi ha reso la nuova guru del trucco di YouTube. Quindi il massimo che mi concedo è una passata di fondotinta minerale, di blush minerale e mascara.
Ma perché ne ho acquistati così tanti? Perché nello shop online si presentavano tutti in modo irresistibile; perché amo i colori forti e vivaci; perché essendo minerali sapevo di non comprare niente di dannoso per la mia pelle; perché sono belli da vedere; perché speravo di diventare brava nel creare trucchi ad opera d'arte come questo e di stupire gli altri con combinazioni fantasiose e colorate.
Questo è successo solo una volta quando sono riuscita a creare un mix perfetto di verde smeraldo e di oro sulle mie palpebre e ho ricevuto i complimenti delle mie amiche. Una volta in un anno dal loro acquisto.

E con quest'ultimo punto tocco una questione importante trattata anche nel libro: il cercare di dare significato all'esistenza attraverso i nostri acquisti. Non vi è mai capitato di pensare qualcosa come "Cavoli, con quel cappotto/quella borsa/quegli orecchini sarei veramente bellissima/sarei molto più professionale/tutti si girerebbero a guardarmi/farei l'invidia di qualsiasi bipede?". Beh, lo confesso: io l'ho pensato. Molte volte. Forse perché soffro di insicurezza cronica? O perché vivo in una società dove l'avere e l'apparire conta più dell'essere? Perché ho bisogno di sentirmi elogiata ed apprezzata? Oppure perché voglio prevalere sugli altri? Perché sento che mi sentirei realizzata con quel "pezzo mancante"?
Magari è per tutto questo messo insieme. Sta di fatto che ci sono dentro anch'io, nonostante la mia vena ecologista e minimalista.

Ora, non pensate che io sia una Becky Bloomwood all'italiana! Vi assicuro che mi faccio degli scrupoli quando devo comprare qualcosa e non acquisto qualsiasi cosa mi piaccia, anche perché non guadagno cifre folli e perché ho ancora un briciolo di buonsenso. Inoltre non amo seguire la moda, non mi piacciono i vestiti in cui campeggiano i nomi delle griffe a caratteri cubitali, ricerco la comodità, la praticità e possibilmente una buona fattura (ad esempio, ho diversi maglioni Benetton comprati alle superiori che mi calzano ancora a pennello e sono ancora perfetti).
Quindi non mi vedrete mai spendere migliaia di euro per una borsa marrone con una L e una V incrociate in Place Vendôme a Parigi né contrattare con un venditore abusivo per la stessa borsa taroccata nelle vie di Milano (nel caso remoto in cui mi vediate far ciò, siete autorizzati a darmi un colpo in testa).

Però ammetto di incappare nell'errore comune di ricercare la felicità negli oggetti e di pensare che sarei una persona migliore e più interessante se entrassi in possesso di un certo oggetto.
Il problema è che non succede mai. Quegli ombretti minerali non mi hanno resa più figa e non sono diventata brava a truccarmi gli occhi.
"Il consumismo stimola in noi l'impulso di acquistare, ma non a conoscere noi stessi. La pubblicità e le tecniche di vendita del centro commerciale puntano a renderci sempre meno consapevoli di chi siamo realmente e sempre più preoccupati di chi non siamo." (pg. 88)
Voglio forse diventare una vuota narcisista? NO!
Quindi il prossimo passo sarà applicare il più possibile il minimalismo alla mia vita, evitare gli acquisti compulsivi e riflettere di più quando mi trovo in un negozio, pronta per un nuovo acquisto.
E poi vorrei anche affrontare qualche sfida, magari quelle proposte da Laura sul suo Minimo.

Mi rendo sempre più conto che desidero davvero slegarmi il più possibile dal vortice del consumismo e oppormi all'imperativo secondo cui per far ripartire questa stagnante economia mondiale sia necessario comprare, comprare e solo comprare (e quindi indebitarsi, aprire finanziamenti e andare in rosso).

Voglio solo vivere una vita più semplice e meno stressante.

Dettagli
"La sfida delle 100 cose"
di Dave Bruno
Editore: Tecniche Nuove
Data di pubblicazione: 2011
Pag. 196
Prezzo: 14,90€

mercoledì 19 ottobre 2011

La ciociara di Alberto Moravia




"Il romanzo è una cronaca della guerra, un libro sugli orrori della guerra", ispirato alla drammatica storia vissuta da Moravia stesso ed Elsa Morante — all'epoca sua compagna — durante la seconda guerra mondiale.

La storia scorre molto bene, tranne nella parte in cui viene raccontato il periodo trascorso da Cesira ("bella dentro e fuori, nella sua schiettezza e aggressività di contadina inurbata") e da Rosetta a Fondi; devo ammettere che è stato difficile da superarla al punto di considerare l'ipotesi di non proseguire con la lettura. Pensandoci a posteriori ipotizzo che Moravia abbia voluto renderla così pesante per esprimere, anche con lo stile, il trascorrere lento di quei 9 mesi trascorsi sui monti laziali, vissuti da lui in prima persona. 9 mesi trascorsi sempre nello stesso modo: temendo nei rastrellamenti dei nazisti, pregando perché le bombe cadessero lontano, lamentandosi della mancanza di cibo fino all'esasperazione, facendo continue supposizioni sull'arrivo degli inglesi salvatori ma che mai sembravano arrivare.

Nel 1944 arriva la tanto anelata liberazione con il suo carico di aspettative e di speranze per un futuro roseo e positivo, anche se da ricostruire.
Purtroppo per Cesira e la sua deliziosa figliola il ritorno alla libertà si tinge con gli oscuri colori della tragedia. Le loro vite, infatti, vengono sconvolte da un sopruso ingiusto: uno stupro ai danni della dolce Rosetta, avvenuto in una chiesa per mano di soldati francesi. Da quel giorno la ragazza si lascia cadere in un degenerante vortice di vizi, dissolutezza e lussuria, trasformandosi in una persona diversa che abbiamo imparato a conoscere attraverso le parole dell'autore. Anche la povera madre non riconosce più quell'angelo di figlia diventato un provocante diavolo corrotto e non sa più cosa fare per riavere la Rosetta di un tempo.

Ma poi, quando la rassegnazione sembra ormai aver preso il sopravvento, ecco che accade qualcosa che cambia il corso della storia e permette a Cesira di buttarsi finalmente gli orrori della guerra alle spalle e tornare a guardare con fiducia al domani.

E a proposito di fiducia nel futuro: anch'io, come Cesira, posso dire di essere ritornata ad averla. Perché? Andate a dare un'occhiata al mio profilo LinkedIn e lo capirete.

giovedì 6 ottobre 2011

Steve Jobs: 1955-2011


Per me Steve Jobs era un genio.
Certo, un genio che si faceva pagare caro e salato.
Ma tale rimane.
Un genio che ha lasciato il segno nella storia della tecnologia grazie alla sua Apple.
Che fosse malato si sapeva ormai da tempo. E lo si vedeva anche, quando alle presentazioni dei nuovi prodotti della mela morsicata, con l'immancabile outfit maglione nero e jeans sdruciti, appariva sempre più pelle e ossa, divorato all'interno da un male devastante.
Ma, stupidamente, pensavo che la morte per lui fosse ancora lontana, che un uomo come lui non sarebbe mai stato sconfitto dal cancro. Non so perché non ho mai preso in considerazione questa possibilità. In fondo era un essere umano anche lui, come tutti noi.
E invece ieri, mercoledì 5 ottobre 2011, Steve Jobs è morto.
Sulla Rete non si parla d'altro, com'è naturale che sia.

Tra le parole e le azioni che lo hanno reso un mito dell'hi-tech, molto citato è il suo discorso tenuto davanti ai neo-laureati della Standford University.
Anch'io voglio ricordarlo così, più che per i suoi Mac, gli iPod e gli iPhone. Perché le sue parole sono una fonte d'ispirazione per qualsiasi persona. Per me lo sono state, in diversi momenti della mia vita. Ho riascoltato questo discorso molte volte, ricavandone un incoraggiamento a proseguire sulla mia strada.
Oggi lo riguarderò in suo onore, ma anche perché ne ho un grande bisogno in questo periodo di smarrimento e di sfiducia nel futuro. So che ne ricaverò nuova forza.
"Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete… questo approccio non mi ha mai lasciato a terra, e ha fatto la differenza nella mia vita."

martedì 4 ottobre 2011

Comma ammazza-blog: un post a Rete unificata #noleggebavaglio

Anch'io aderisco all'appello di ValigiaBlu che invita «i blogger, chi frequenta e "abita" la rete a condividere, postare (anche su facebook e su twitter), diffondere lo stesso post come segnale di protesta contro il comma 29, cosiddetto ammazza-blog».

ECCO IL TESTO DA DIFFONDERE

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?
Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.


Cosa è la rettifica?
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi. 


Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione?
La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.


Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?
La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.


Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.


Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?
La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.


Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.


@valigia blu - riproduzione consigliata

martedì 27 settembre 2011

Aiutiamo l’Accademia della Crusca

In questi giorni di grandi manovre finanziarie, l’Accademia della Crusca ha rischiato grosso.

Sembrava di assistere a un mortale gioco delle sedie dove, sulle note di una musica drammatica, chi non riusciva a sedersi in tempo veniva tagliato fuori.
Infatti, inizialmente, la Crusca è stata condannata al patibolo in compagnia di altre organizzazioni culturali e di ricerca con meno di 70 impiegati e ridotta a istituto di ricerca privato con fine istituzionale chiaramente pubblico; poi il governo le ha gettato la scialuppa di salvataggio.
Ma domani, chissà.

Purtroppo l’instabilità della situazione attuale e la scarsa considerazione di cui gode la cultura nel nostro Paese (nonostante gli spot turistici si affannino a promuovere l’Italia come il paradiso dell’arte, della cultura, della storia e della gastronomia) non permette alla Crusca di dormire sogni tranquilli.

Ma noi possiamo aiutarla a rimanere a galla, aderendo all'appello lanciato insieme al Sole 24 Ore.
Le modalità di sostegno sono diverse e sicuramente troverete quella che fa più al caso vostro.
Io sono indecisa tra il bonifico bancario e l’abbonamento al periodico La Crusca per voi.

E voi, amatori della lingua italiana, aiuterete la Crusca?

lunedì 26 settembre 2011

Raymond Carver sulla riscrittura

In questi giorni sto rileggendo a ritmo elevato tutti i post del Mestiere di scrivere scritti dal giugno 2003 a oggi, salvando su Google Docs i post più interessanti — quindi quasi tutti — e appuntandomi su un quaderno i concetti fondamentali della scrittura professionale.

La riscrittura è tra questi.
Grazie a Luisa Carrada e altri maestri come William Zinsser sto realizzando l’importanza di questa fase del lavoro di uno scrittore.
Prima la consideravo una seccatura, un obbligo noioso ma imprescindibile per individuare i refusi che, inevitabilmente, costellano qualsiasi scritto. Pensavo che lo scrittore di talento scrivesse le sue opere di getto, ispirato dalla sua musa o guidato dalla sua innata bravura, senza avere la necessità di rivedere le sue parole perché già perfette e combinate ad arte.
Ora invece sto rivalutando questa pratica e, anzi, inizio anch’io a considerarla più importante della prima stesura di un articolo: si rilegge e si interviene per individuare non solo gli errori ortografici ma anche le espressioni che non funzionano, per eliminare gli sbrodolamenti eccessivi e gli orpelli inutili cercando di costruire un testo minimalista e più scorrevole.

Conferma questa tesi anche Raymond Carver nella sua raccolta di saggi Il mestiere di scrivere dove c’è un articolo dedicato all’argomento (On Rewriting in lingua originale, pubblicato come postfazione di Fires nel 1983).
Mi piace pasticciare con i miei racconti. Preferisco armeggiare attorno a un racconto dopo averlo scritto e poi armeggiarci di nuovo in seguito, cambiando una cosa qui e una lì, piuttosto che scriverlo la prima volta. La stesura iniziale mi sembra la parte difficile da superare per poi andare avanti e divertirmi col racconto. La revisione per me non è un obbligo sgradito - anzi, è una cosa che mi piace fare. [...] So solo che rivedere e correggere l’opera dopo averla scritta è una cosa che mi viene naturale e in cui provo un grande piacere. Può darsi che io corregga perché così facendo mi avvicino pian piano al cuore dell’argomento del racconto. Sento di dover continuamente tentare di scoprirlo. È un processo, non una posizione stabile.
— Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi, 2008 (pg. 57)
E nella pagina successiva:
Ma in verità, mi è capitato raramente di vedere un’opera in prosa o in poesia — mia o di chiunque altro — che non potesse essere migliorata dopo esser lasciata in pace per un po’.
Carver sta parlando della scrittura creativa, ma le sue parole valgono anche nella scrittura professionale.

lunedì 12 settembre 2011

11/09/2001: 10 anni dopo

In occasione del decimo anniversario dall'episodio forse più sconcertante della storia degli USA, ieri sul Web impazzava la domanda: "Dov’eri e cosa stavi facendo durante l’attentato alle Torri Gemelle?".
Mi impressiona notare come tutti ricordino alla perfezione il luogo in cui si trovavano e l’attività in cui erano impegnati, poi sospesa di fronte alle sconcertanti immagini proposte in diretta dalla televisione.

In ritardo, partecipo anch’io al sondaggio.

Dov’ero quel pomeriggio?
Ero seduta al tavolo in cucina e stavo frettolosamente completando i miei compiti delle vacanze di francese.
Il terzo anno al liceo linguistico era ormai alle porte e io, come da copione, non avevo ancora finito gli esercizi di scuola. Mia mamma, in piedi accanto a me, era concentrata nei preparativi della cena; invece, nella stanza accanto, mio fratello stava sdraiato scompostamente sul divano, assorbito dalla sua attività extra-lavorativa preferita: lo zapping alla televisione.

All’improvviso lui ci urla di accendere la televisione perché era successo qualcosa di molto grave a New York.
Eccola lì, la torre nord del World Trade Center che sputava nuvole di fumo grigio-nero da una gigantesca voragine.
Poco dopo, ancora immersa nell’incredulità, vedo schiantarsi un aereo sulla torre sud. La scena si ripete: lingue di fuoco erompono dopo l’urto, pericolosi detriti cadono a terra e del nuovo fumo oscura il cielo di New York.
Ogni speranza di vedere tratti in salvo le vittime dell’incidente (l’opzione attentato era solo una possibilità) si spegne con il crollo di entrambi i grattacieli. Le migliaia di persone rinchiuse in quella trappola di cemento e metallo vanno incontro alla morte impotenti e i loro minuscoli resti si mescolano insieme allo tsunami di polvere che si abbatte sulle strade di Manhattan.
Nel frattempo altri due aerei si schiantano contro il Pentagono e in nei pressi di Shanksville, Pennsylvania.

A distanza di dieci anni, posso dire che l’attentato all’America ha determinato per me la fine dell’età dell’innocenza.
La confortevole teca di cristallo in cui avevo vissuto fino a quel momento si è infranta in mille pezzi, lasciando il posto a una nuova, amara consapevolezza: l’essere umano può essere malvagio, è in grado di uccidere e di uccidersi per futili motivi e può persino organizzarsi meticolosamente per realizzare folli progetti di sterminio. Nessuno può più sentirsi davvero al sicuro e fidarsi ciecamente del prossimo può rivelarsi pericoloso.

Ma oltre al racconto dei miei ricordi, voglio segnalarvi l’associazione no-profit StoryCorps, autrice di un’ottima iniziativa legata all’11 settembre.
StoryCorps, an independent non-profit based in Brooklyn, New York, is creating “One story for every life lost on September 11th.” Their motto is that “every voice matters” and this specific project was created in order to honor the “lost voices” of 9/11. Using interviews conducted with family members and friends of the people who were killed in the attacks, StoryCorps has created a series of animated shorts that brings those individual stories to life.
StoryCorps ha lavorato per omaggiare alcune di quelle persone attraverso dei cortometraggi animati in modo che le loro identità non si perdessero nell’anonimia dei grandi numeri e il loro ricordo non sfumasse con il trascorrere del tempo.
Per realizzare il progetto – il cui obiettivo è di registrare un’intervista per ogni vita spezzatasi quel giorno - l’associazione ha lavorato fianco a fianco con i familiari delle vittime:
  • in She Was the One, Richie Pecorella ricorda l’amore della sua vita Karen Juday, assistente amministrativo della Cantor Fitzgerald al 101° piano della torre nord
  • anche Michael Trinidad lavorava per la Cantor Fitzgerald: la sua storia è narrata dall’ex moglie Monique Ferrer in Always a Family
  • John Vigiano Sr., vigile del fuoco in pensione, ha perso entrambi i figli: Jonh Jr., anch’egli pompiere, e Joe, detective di polizia. Li ricorda in John and Joe
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